Parkinson avanzato, studio Mondino sulla sicurezza della terapia infusionale
Ricerca della Fondazione Mondino e dell'ASST Gaetano Pini-CTO su 77 pazienti: benefici motori ma attenzione ai rischi neuropsichiatrici.

- Studio su 77 pazienti con Parkinson avanzato condotto da Fondazione Mondino di Pavia e ASST Gaetano Pini-CTO di Milano
- Miglioramento dei sintomi motori con la terapia a infusione continua di foslevodopa/foscarbidopa
- Nel 22% dei pazienti comparsa di eventi avversi neuropsichiatrici, gestiti nell'82% dei casi
- La funzione cognitiva frontale valutata prima della terapia può predire il rischio di effetti collaterali
Un nuovo studio condotto dalla Fondazione Mondino IRCCS di Pavia, in collaborazione con il Centro Parkinson e Parkinsonismi dell'ASST Gaetano Pini-CTO di Milano, fa il punto sulla sicurezza e l'efficacia della terapia infusionale per i pazienti con malattia di Parkinson in fase avanzata. La ricerca, pubblicata il 26 settembre 2026, ha coinvolto 77 persone seguite nei due centri lombardi.
I pazienti e i risultati motori
Il nuovo studio condotto dalla Fondazione Mondino IRCCS di Pavia insieme al Centro Parkinson e Parkinsonismi dell'ASST Gaetano Pini-CTO di Milano porta nuovi dati sulla gestione della malattia di Parkinson in fase avanzata, con particolare attenzione alla terapia con foslevodopa/foscarbidopa, somministrata tramite infusione sottocutanea continua. La ricerca ha preso in esame 77 persone con malattia di Parkinson avanzata, con un'età media di circa 66 anni e una durata della malattia di circa 14 anni. Si tratta di pazienti vicini a quelli incontrati nella pratica clinica quotidiana: quasi la metà presentava un certo livello di compromissione cognitiva, mentre il 26% aveva una precedente storia di allucinazioni o psicosi e il 27% disturbi del controllo degli impulsi. Dopo l'avvio del trattamento, è stato osservato un significativo miglioramento dei sintomi motori e delle fluttuazioni legate alla malattia.
Gli effetti neuropsichiatrici e il ruolo della valutazione cognitiva
Lo studio segnala anche la comparsa di nuovi eventi avversi neuropsichiatrici nel 22% dei pazienti, soprattutto sotto forma di allucinazioni e psicosi, con un tempo mediano di insorgenza di 30 giorni dall'inizio della cura. Nella maggior parte dei casi i disturbi sono stati gestiti modificando la velocità di infusione e, quando necessario, con basse dosi di antipsicotici, arrivando nell'82% dei casi a risoluzione o miglioramento. Tre pazienti hanno dovuto interrompere la terapia per eventi severi.
Un aspetto rilevante riguarda la possibilità di individuare in anticipo i soggetti più a rischio: la valutazione delle funzioni esecutive frontali, effettuata prima dell'inizio della terapia attraverso la Frontal Assessment Battery, è risultata un predittore indipendente significativo della comparsa di eventi avversi neuropsichiatrici.
Secondo la dottoressa Giulia Lazzeri, responsabile dell'Ambulatorio per le Terapie Infusionali del centro milanese, "una valutazione cognitiva iniziale può aiutarci a personalizzare la terapia e a programmare un monitoraggio più attento per le persone maggiormente a rischio".
Anche la gestione notturna della terapia è risultata un fattore chiave: la riduzione della velocità di infusione durante la notte si è dimostrata efficace nel limitare allucinazioni e agitazione nei pazienti più predisposti. La dottoressa Roberta Zangaglia, direttore facente funzione dell'Unità Parkinson e Disordini del Movimento della Fondazione Mondino, ha definito l'approccio una terapia "sartoriale", costruita sulle esigenze del singolo paziente. Il professor Antonio Pisani, responsabile del Centro Disordini del Movimento del Mondino, ha sottolineato l'importanza di integrare i sintomi non motori nella scelta terapeutica, con l'obiettivo di curare la persona nel suo complesso.


